MicroMacro

Italia corrotta e mafiosa. Luogo comune o realtà?

10 dicembre, 2016

Purtroppo i dati disponibili dicono che l’immagine di un’Italia cronicamente in mano al malaffare, a clientelismo e nepotismo, a politici disonesti, giochi di potere, peculato e mafie, non è solo un’etichetta che ci autoinfliggiamo ogni volta che rimastichiamo una variante del piagnisteo “piove, governo ladro”, o che peggio ci attribuiscono dall’estero, insieme ad altri luoghi comuni banalotti – rumore, mandolino, spachetti – tipo quelli che i campeggiatori tedeschi rimproveravano a Fantozzi e Filini, bensì è anche un quadro tremendamente credibile.

Almeno se vogliamo dare fede agli indicatori internazionali, in particolari 2, che qualcuno certo potrebbe contestare, a ragione o per comprensibile difesa dell’onore, e allora andiamo a vedere quali sono e cosa dicono.

 

1. Indice della Percezione di Corruzione (Corruption Perception Index)  > Italia 61° posto al Mondo per trasparenza, tra le peggiori d’Europa 

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Secondo Transparency International (movimento globale indipendente) l’Italia nel 2015 si è piazzata al 61esimo posto nel mondo per quanto riguarda legalità e trasparenza, accomodandosi alla stessa posizione di Lesotho, Sud Africa, Montenegro, Senegal.

Sopra di noi ci sono tutti i nostri vicini: siamo i penultimi dell’UE, che brilla nel Mondo grazie ai primati di trasparenza e legalità raggiunti da Danimarca e Finlandia. Noi abbassiamo la media di brutto: come si vede dall’inforgrafica sottostante siamo i più corrotti e torbidi dell’Europa Occidentale insieme a Bulgaria, Romania e Grecia.

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Ma cos’è esattamente l’indice di Corruzione Percepita? Già il fatto che sia “percepita” dovrebbe forse farci dubitare sulla sua attendibilità? Nel video che segue Transparency International ci spiega sommariamente la metodologia, che è basata su varie fonti e su una rilevazione diretta dell’esperienza di uomini d’affari in ogni nazione.

Per chiarire come avviene l’indagine e rispondere anche alle domande più frequenti c’è anche questa pagina in ItalianoDal canto nostro per stabilire se il dato è affidabile andiamo a vedere alcuni degli elementi essenziali. Innanzitutto l’autorevolezza delle fonti: per gli indici del 2015, riguardo l’Italia, sono state usate le seguenti:

1- World Economic Forum Executive Opinion Survey (EOS) 2015
2- IMD World Competitiveness Yearbook 2015
3- Bertelsmann Foundation Sustainable Governance Indicators 2015
4- World Justice Project Rule of Law Index 2015
5- Political Risk Services International Country Risk Guide 2015
6- Economist Intelligence Unit Country Risk Ratings 2015
7- Global Insight Country Risk Ratings 2014

In particolare risultano importanti il numero 1 e il 4. Il WEF (World Economic Forum) si avvale di 160 istituti sparsi nel mondo per una indagine su scala mondiale riguardo le esperienze di uomini d’affari su ogni nazione. Il WJP (World Justice Project) studia lo sviluppo e il rispetto delle leggi, e in particolare per il nostro indice rileva l’esperienza avuta con amministratori, politici, giudici, militari, sanitari riguardo efficienza, rigore, rispetto delle leggi e dell’etica professionale.

Qualcuno potrebbe dire che è bene non fidarsi di un dato di percezione di uomini d’affari, specie se stranieri, cioè condizionati dal pregiudizio o da un’ostilità di base. Una obiezione tutto sommato sensata.

Ma tale obiezione si potrebbe smontare andando a guardare il rapporto “La corruzione zavorra per lo sviluppo” presentato dal Centro Studi di Confindustria il 17 dicembre 2014, il quale ci racconta che manager di aziende straniere presenti in Italia hanno dichiarato per il 52% che la realtà appare più negativa di quanto si aspettassero, il 23% negativa ma in linea con le aspettative, il 13% positiva e in linea con le aspettative, il 3% migliore delle aspettative e il 9% non ha risposto.

Insomma il dato saliente dello studio riportato da Confindustria ci dice che chi arriva in Italia nella maggioranza dei casi trova una situazione peggiore di come se l’aspettasse, fossero le attese generate da propri preconcetti o da come gli era stata descritta l’Italia. Ne emergerebbe che semmai gli stranieri ci vedono meno corrotti di quel che siamo davvero.

 

2. Indice Mondiale Libertà di stampa (World Press Freedom Index)  > Italia 77° posto al Mondo

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Ancora meno lusinghiera è la situazione per la libertà di stampa, che ci vede condividere posizioni con nazioni che si trovano in aree del pianeta ben più instabili, politicamente parlando, quali Nicaragua e Armenia. In Europa siamo di nuovo tra le maglie nere: dietro di noi solo Grecia, Cipro e Bulgaria. A redigere il rapporto è ogni anno Reporters sans frontières (RSF), l’ultima classifica disponibile è appunto quella del 2016 che è capeggiata più o meno dalle stesse nazioni europee che ottengono i migliori risultati nell’altro indice che abbiamo considerato: Finlandia, Olanda, Danimarca, Norvegia.

Il punteggio ottenuto riguardo la libertà dell’informazione si basa sulla rilevazione di molti dati, e le loro variazioni annuali. Sono contestabili? Senza dubbio, lo sono. Ma alcuni fatti che condannano l’Italia a occupare zone non pregevoli della classifica della libertà di stampa sono oggettivi, istituzionalizzati e quindi si direbbe anche immutabili:

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Alcune testate “di partito” o rappresentanza di orientamenti predefiniti.

• la presenza di numerosi organi di informazione che sono a tutti gli effetti  “di partito” (senza considerare quelli che non lo sono ufficialmente) o espressione di gruppi di potere (Ad es. Il sole 24 ore e Radio 24, di proprietà di Confindustria o “Il Giorno” storicamente in mano all’Eni);

• TV di stato sotto controllo politico esplicito (CDA RAI nominato in quote da Parlamento e Ministero dell’Economia, che nomina anche il presidente) e non esplicito (con la ben nota lottizzazione politica di reti e Tg), TV private a rischio di conflitto di interesse (per essere eufemistici);

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Francesco Gaeatano Calatgirone, imprenditore edile, controlla oggi Il Messaggero, Il Mattino, il Corriere Adriatico, il Gazzettino e Leggo.it

• la concentrazione di organi di informazione in poche mani, o comunque mani di editori non puri, bensì di imprenditori con interessi marcati riguardo i fatti stessi su cui l’informazione sarebbe chiamata a vigilare (tra storia e attualità: Berlusconi, famiglia Agnelli, De Benedetti, Caltagirone);

finazniamentogiornali8• la legge di finanziamento pubblico ai giornali stampati, la presenza dell’Ordine dei giornalisti che controlla l’accesso alla professione, la presenza del divieto di pubblicare e essere responsabili di organi di stampa per chi non vi è iscritto, infine la presenza di giornalisti nelle file stesse dei partiti, tra i profili professionali più eletti in assoluto.

Insomma questo secondo indice per essere messo in discussione necessita che si metta in discussione quella che per la comunità internazionale è caratteristico di una stampa libera: che l’informazione sia un potere effettivamente staccato dagli altri.

 

Considerazioni finali

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L’indignazione dell’era dei social fotografata da Biani, per il Manifesto.

Gramsci diceva che i moralizzatori italiani tendono a pensare che all’estero la gente sia più onesta, e questa esterofilia non fa che tagliare le gambe ai cambiamenti, convincendoci in maniera un po’ subdola che siamo tarati di natura. Il pericolo sussiste: assistiamo in continuazione a scatti d’indignazione, rumorosi quanto superficiali e innocui. Sia tra i rappresentanti politici, che promettono cambiamenti, sia nel popolo, che dal bar si è trasferito a commentare nei social, senza con questo aumentare di molto la propria incisività o partecipazione. Almeno finora.

Si può ben vedere che anche all’estero ci sono esempi eclatanti di corruzione e truffe. Il recente caso Volskwagen in Germania ci ha un po’ stupito e in parte, diciamolo, anche rinfrancato.

Se volgiamo lo sguardo al di là dell’oceano vediamo che gli USA sono anche loro cronicamente affetti da scandali e difficoltà “legali”, dall’ormai storico crollo bancario e immobiliare (Lehman Brothers), passando per lo spionaggio degli alleati, le pratiche di tortura a Guantanamo e infine le odierne tensioni razziali.

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I fratelli Aleotti, entrambi condannati in primo grado per le fatturazioni del colosso farmaceutico Menarini al Sistema Sanitario Nazionale.

Ma c’è una differenza abbastanza importante che di nuovo non gioca a nostro favore: negli USA molte situazioni scabrose sono svelate dall’inchiesta giornalistica e militante (ad es. Wikileaks), mentre in Italia il lavoro da “cane da guardia” dei giornalisti (watchdog) è svolto in larga parte dalla magistratura, che solitamente, come per certi versi è naturale, arriva con ritardo, a volte breve, a volte abissale: in tale ultima casistica può rientrare la vicenda della Menarini e della sua fatturazione gonfiata perpetrata per quasi trent’anni nei confronti del Sistema Sanitario Nazionale.

Del resto il più grande cambiamento avvenuto in Italia dal dopoguerra in poi, la transizione tra prima e seconda repubblica, non è stato realizzato per merito di attività politica o inchiesta giornalistica, ma per l’azione della Magistratura con Mani Pulite.

Se ci pensiamo bene nessuna nazione in Europa, o forse al Mondo, può vantare situazioni così a lungo irregolari quali l’Italia. Esiste un paese in cui ci sia stato qualcosa come 50 anni di Salerno-Reggio Calabria? Se esiste io non lo conosco.

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La “cupola romana” esemplificata da un prospetto di rainews.it

Astraendo da ciò che siamo, cittadini italiani nati e cresciuti in questa nazione, come considereremmo da fuori un paese come questo,  in cui qualunque grande opera finisce al centro di speculazioni e truffe (Expo, Mose, Olimpiadi)? Come considereremmo un paese la cui capitale è preda trentennale, e si direbbe senza possibilità di uscita, della corruzione? Come considereremmo un paese in cui in 50 anni sono stati inquisiti e a volte sciolti un numero a tre cifre di consigli regionali e comunali per infiltrazione mafiosa, peculato e corruzione?

Probabilmente sorrideremmo amaro, pensando qualcosa tipo “per fortuna non ci vivo”.

Se proprio mantenessimo ancora qualche minuto l’attenzione su quel paese sfortunato potremmo anche chiederci “ma la gente non vuole cambiare?”, e poi risponderci con alzata di spalle “forse s’è abituata”.

In conclusione: c’è senz’altro, nel giudicare i fatti italiani, il rischio qualunquista di proiettare malaffare ovunque, ma ancora più grande appare quello di rimanere assuefatti, considerare di vivere tutto sommato in un paese normale.

 

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Paolo Nanni

comunicatore sociale, culturale e sanitario, ma anche autore, regista, scrittore, millantatore.

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